Ritratto di giovane donna detta “Antea”, c. 1530-35
Olio su tela
Collezione Farnese
La giovane donna è abbigliata con grande eleganza; una pelle di martora scende sulla spalla destra poggiandosi sulla mano guantata; un grembiulino, ornamento in uso tra la nobiltà settentrionale, è drappeggiato sul pesante vestito di seta. L’accurata pettinatura, ingentilita da un prezioso fermaglio con perla, lascia scoperto il perfetto ovale del volto. L’opera, tra i massimi capolavori del manierismo italiano, è certamente uno dei più raffinati esempi di figura femminile del Cinquecento e rappresenta una delle punte più alte delle geniali sperimentazioni sulle deformazioni ottiche, caratteristiche dell’attività dell’artista. Incuriosito dalla resa di corpi riflessi su superfici curve e dalle infinite possibilità rappresentative della pittura, il Parmigianino realizza una figura solo apparentemente ferma ma che, come suggerisce la resa deformata della manica in primo piano e il mo-vimento, appena accennato, della
gamba sinistra, è nell’atto di girarsi.
Anche il fondo verde partecipa a questo gioco di effetti ottici, perché una fonte di luce, in basso a destra, sta per essere svelata proprio dal movimento rotatorio in atto. Il prezioso dipinto non è documentato e la datazione oscilla tra gli anni romani dell’artista (1524-27) e gli anni Trenta, che segnano il ritorno a Parma e una più accentuata riflessione sulle figure, simbolicamente deformate.
Oscura l’identità della fanciulla, che la tradizione vuole riconoscere in Antea, l'”innamorata” del Parmigianino durante il soggiorno romano.





